Procedure giudiziarie

IL CASO SMALTINI C. ITALIA

L’UFTDU interviene nel caso riguardante le morti conseguenti all’inquinamento provocato dall’ILVA di Taranto

L’UFTDU è intervenuta davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in qualità di parte terza, nel caso Smaltini c. Italia (ricorso n. 43961/09) comunicato al Governo italiano il 4 ottobre 2013. Il ricorso era stato presentato nell’agosto 2009 dalla signora Smaltini (deceduta nel dicembre 2012) e dai suoi familiari.

Questi i fatti: nel settembre 2006, alla signora Smaltini, residente nella città di Taranto, veniva diagnosticata una forma di leucemia. Pochi mesi più tardi, nel novembre dello stesso anno, la signora Smaltini presentava ricorso alle autorità competenti, denunciando il nesso causale tra la sua malattia e l’inquinamento atmosferico generato dalle emissioni dello stabilimento siderurgico tarantino della ILVA S.p.A., con conseguente citazione in giudizio dei titolari dell’azienda. Tuttavia, su istanza del Pubblico Ministero, il caso veniva archiviato.

Esaurite le vie interne, la signora Smaltini e i suoi familiari ricorrevano, dunque, alla Corte di Strasburgo, lamentando la violazione da parte dello Stato italiano degli obblighi positivi derivanti dagli Articoli 2 e 6(1) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo concernenti, rispettivamente, il diritto alla vita ed il diritto ad un equo processo. Infatti, secondo i ricorrenti, l’Italia avrebbe violato il diritto alla vita della signora Smaltini, non avendo fatto nulla per impedire all’ILVA di emettere quelle sostanze inquinanti che ne hanno causato la malattia e non indagando adeguatamente, in sede processuale, su detto nesso causale.

Ravvisando nella vicenda un interesse di natura generale e rinnovando il proprio pluriennale impegno nella difesa dei diritti fondamentali dell’individuo, l’UFTDU ha presentato alla Corte di Strasburgo un’istanza di intervento come parte terza. Il riconoscimento di un’eventuale violazione dell’obbligo dell’Italia di proteggere il diritto alla vita dei soggetti ricadenti nella propria giurisdizione, nel caso di emissioni nocive provocate da una società privata, avrebbe importanti ripercussioni, non solo nel caso di specie per i ricorrenti, ma anche per la salute e il benessere delle migliaia di persone che da anni sono vittime dell’inquinamento ambientale generato dalle emissioni nocive conseguenti alle attività industriali dell’ILVA.

Nel riconoscere l’impegno dell’associazione a difesa dei diritti umani, la Corte ha autorizzato l’UFTDU a fornire le proprie osservazioni sulla questione.

L’intervento dell’UFTDU si è concentrato sui seguenti aspetti:

  • È stata sottolineata la centralità, nella fattispecie in esame, dell’obbligo dell’Italia di impegnarsi attivamente nella protezione del diritto alla vita tramite l’adozione di tutte le misure necessarie alla salvaguardia di tale diritto, incluse quelle tese alla prevenzione di gravi situazioni di degrado ambientale che rischiano di compromettere la salute della popolazione; obbligo, a parere dell’associazione, non osservato dallo Stato italiano nel caso di specie.
  • Si è ribadita l’esigenza, disattesa da parte dello Stato italiano, di bilanciare adeguatamente il sostegno alla crescita economica del Paese con il diritto della popolazione alla salute e a un ambiente salubre, specialmente in presenza di attività industriali inquinanti.
  • Si è voluta rimarcare la carenza delle autorità italiane nell’informare adeguatamente la popolazione sui rischi derivanti dall’esposizione all’inquinamento generato da attività industriali quali quelle svolte nello stabilimento dell’ILVA di Taranto, nonché i ritardi e le mancanze dell’Italia nel commissionare studi e indagini relativi alla problematica e nel mettere a disposizione dei cittadini i dati emersi.
  • Sono stati evidenziati infine gli ulteriori obblighi procedurali, colpevolmente elusi, in virtù dei quali lo Stato italiano avrebbe dovuto fornire alla signora Smaltini e ai suoi familiari dei rimedi giudiziari effettivi, conducendo, senza ritardo, indagini imparziali ed indipendenti sul nesso causale denunciato.

THE ERASED PEOPLE OF SLOVENIA | Strasburgo, 26 giugno 2012

La Slovenia condannata dalla Corte europea per la violazione dei diritti dei “cancellati”

Con una sentenza storica pubblicata il 26 giugno 2012, la Grande Camera della Corte europea ha messo la parola fine alla drammatica vicenda dei “cancellati”, condannando in via definitiva il Governo sloveno per la violazione dei diritti dei cittadini della ex Jugoslavia che, a seguito della dichiarazione di indipendenza della Slovenia nel 1991, erano stati cancellati illegalmente dai registri dei residenti permanenti ed avevano perso qualsiasi status giuridico. Chiamata a riesaminare la sentenza resa in primo grado da una Camera della Corte il 13 luglio 2010, la Grande Camera ha confermato nella sostanza la responsabilità del Governo sloveno per gli effetti della cancellazione sulla sfera privata e familiare dei ricorrenti, i quali sono stati costretti a vivere per circa 20 anni in condizioni di totale insicurezza giuridica e di abbandono materiale e morale. In particolare, respingendo integralmente le difese del Governo sloveno, la Corte ha riscontrato una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare e dell’art. 13 che tutela il diritto ad un rimedio interno effettivo, per il persistente rifiuto delle autorità slovene di regolarizzare la posizione giuridica dei ricorrenti in conformità alle statuizioni della Corte costituzionale (che si era più volte pronunciata a favore dei cancellati) e per l’inadeguatezza della nuova legge adottata nel 2010 al fine di rimediare la situazione. Il fatto che quasi tutti i ricorrenti si fossero visti riconoscere la residenza permanente nel corso del giudizio non è stata ritenuta sufficiente dalla Corte a farne venire meno la qualità di vittime. La Corte ha altresì condannato la Slovenia per violazione del divieto di discriminazione sancito dall’art. 14 della Convenzione europea, in quanto i cittadini della ex Jugoslavia hanno ricevuto un trattamento più sfavorevole rispetto agli stranieri, i quali – a seguito dell’indipendenza – avevano potuto mantenere il loro status giuridico all’interno dell’ordinamento sloveno. La Corte ha ritenuto che i ricorrenti abbiano diritto ad una riparazione pecuniaria per i danni sofferti a causa delle violazioni, liquidando in loro favore un risarcimento di 20.000 euro a titolo di danno morale e riservandosi di decidere sulla quantificazione del danno patrimoniale. Inoltre, la Corte ha condannato il Governo sloveno ad istituire entro un anno un sistema di compensazione dei danni subiti da tutti i cancellati (circa 25.000 persone), estendendo così gli effetti della sentenza anche a coloro che non avevano fatto ricorso. “Giustizia è fatta” – dichiarano gli avv. Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci che hanno rappresentato i ricorrenti – “Finalmente, dopo molti anni di battaglie giudiziarie, i cancellati si vedranno restituire sia pure in modo parziale e tardivo la dignità perduta nel lontano 1992 e la Slovenia dovrà risarcire i danni subiti dalle migliaia di persone vittime della cancellazione”.

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HIRSI E ALTRI C. ITALIA| Strasburgo, 23 febbraio 2012 

L’Italia condannata dalla Corte europea per i respingimenti della imbarcazioni di migranti in fuga

La questione dei respingimenti in Libia | Il 6 maggio 2009, a 35 miglia a sud di Lampedusa, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti sono stati in seguito caricati su navi italiane, inviati a Tripoli e consegnati alle autorità libiche contro la loro volontà, senza che fossero identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro prossima destinazione.

I respingimenti attuati dalle autorità italiane sono contrari al principio di non-refoulement, che vieta l’estradizione verso un paese ove sussista il rischio di essere sottoposto a torture o pene e trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU). I respingimenti hanno altresì violato l’art. 4 del protocollo n° 4 alla Convenzione che vieta l’espulsione collettiva degli stranieri e l’art. 13, che garantisce il diritto ad un ricorso effettivo. Tra le persone intercettate, infatti, potevano verosimilmente esserci dei richiedenti asilo o protezione internazionale, cui è stato impedito di presentare domanda in Italia.

Nel caso specifico, inoltre, i migranti sono stati respinti in Libia, ove si rischia di subire maltrattamenti nei centri di detenzione oppure il rimpatrio verso il proprio Paese d’origine senza potersi avvalere della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato, di cui la Libia non è firmataria.

Il caso ha suscitato l’interesse della comunità internazionale, in particolare dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dell’ Alto Commissariato per i Diritti Umani (UNOHCHR), nonché di numerose organizzazioni non governative in difesa dei diritti umani.

La sentenza | Il caso Hirsi e altri contro Italia riguarda la prima operazione di respingimento effettuata il 6 maggio 2009, a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali. Le autorità italiane hanno intercettato una barca con a bordo circa 200 somali ed eritrei, tra cui bambini e donne in stato di gravidanza. Questi migranti sono stati presi a bordo da una imbarcazione italiana, respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche. Senza essere identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro reale destinazione. I migranti erano, infatti, convinti di essere diretti verso le coste italiane. 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei,  rintracciati e assistiti in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati dopo il loro respingimento, hanno presentato un ricorso contro l’Italia alla Corte Europea, attraverso gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

La Corte ha pienamente condannato l’Italia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti (art. 3 CEDU), l’impossibilità di ricorso (art.13 CEDU) e il divieto di espulsioni collettive (art.4 IV Protocollo aggiuntivo CEDU). La Corte quindi per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio.

La Corte ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l’Europa sono in Libia sistematicamente violati. Inoltre, la Libia non ha offerto ai richiedenti asilo un’adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi.

A causa di questa politica, secondo le stime dell’UNHCR circa 1.000 migranti, incluse donne e bambini, sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che prima fossero verificati i loro bisogni di protezione.

L’Unione Forense per i Diritti dell’Uomo (UFTDU), il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) e l’European Council on Refugees and Exiles (ECRE) hanno accolto con estrema soddisfazione la sentenza.

“Nel caso di specie – dichiara l’Avv. Anton Giulio Lana – non si è trattato di un mero rischio di subire in Libia trattamenti inumani e degradanti; i ricorrenti hanno effettivamente subito tali trattamenti nei campi di detenzione, come drammaticamente testimoniato dai sopravvissuti”. “Quel che è più grave – aggiunge l’Avv. Andrea Saccucci – è che il Governo italiano abbia affermato pubblicamente che i migranti respinti non rientravano tra le persone aventi diritto all’asilo e non correvano alcun rischio in Libia, affermazione poi clamorosamente smentita dai fatti”.

Emblematica a questo riguardo la storia di E., uno dei ricorrenti di nazionalità eritrea, il quale, dopo lo scoppio del conflitto in Libia, si è imbarcato alla volta delle coste italiane insieme ad altri 600 connazionali e, una volta accolto nel CARA di Crotone, ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato dalla competente commissione territoriale.

Nel difendersi, il Governo italiano aveva sostenuto che la Libia dovesse considerarsi un “luogo sicuro” e che, inoltre, i ricorrenti non avrebbero in alcun modo manifestato agli ufficiali di bordo la loro volontà di richiedere l’asilo o altra forma di protezione internazionale. La Corte ha respinto integralmente le difese del Governo Italiano, ritenendo che ai migranti intercettati in acque internazionali non sia stata offerta alcuna possibilità effettiva di ottenere una valutazione individuale delle loro situazioni al fine di beneficiare della protezione accordata ai rifugiati dal diritto internazionale e comunitario, in violazione dell’art. 13 della CEDU.

“Questa sentenza prova che nelle operazioni di respingimento sono stati sistematicamente violati i diritti dei rifugiati, l’Italia ha infatti negato la possibilità di chiedere protezione e ha così respinto in Libia più di mille persone che avevano il diritto di essere accolte in Italia. Vogliamo che questo messaggio arrivi in maniera inequivocabile al Governo Monti: nel ricontrattare gli accordi di cooperazione con il Governo di Transizione Libico, i diritti dei rifugiati non possono essere negoziati, su questo tema ci aspettiamo dal nuovo esecutivo posizioni chiare e più forti di quelle che abbiamo rilevato in queste settimane” dichiara Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati.

“Questa sentenza conferma che gli obblighi che gli Stati hanno assunto con la CEDU non si fermano con i loro confini geografici. Gli Stati non possono abdicare i loro principi, valori e il loro impegno nella protezione dei diritti umani facendo fuori dei loro confini quello che non sarebbe consentito nei loro territori” ha dichiarato Allan Leas, facente funzioni del Segretario Generale dell’ECRE.

Questo ha importanti conseguenze in particolare per gli Stati membri dell’Unione Europea, le istituzioni,  e le agenzie rispetto alle politiche di controllo delle frontiere, laddove queste interferiscono con le rotte migratorie al di fuori del territorio dell’Unione Europea, il controllo infatti implica una responsabilità. Gli stati membri dell’Unione Europea, sia quelli che sono dentro che quelli che sono al di fuori dell’ombrello di Frontex, dovranno rivedere le loro politiche di controllo e le operazioni di ritorno al fine di assicurare il pieno rispetto del principio di non refoulement per ogni persona intercettata al di fuori del loro territorio escludendo, in linea con la sentenza della Corte Europea, la possibilità di espulsioni collettive così come proibite dall’Articolo 4 del protocollo IV della CEDU.

Background note | Le condizioni di vita in Libia dei migranti respinti il 6 maggio 2009 sono state drammatiche. La maggior parte di essi è stata reclusa per molti mesi nei centri di detenzione libici ove ha subito violenze e abusi di ogni genere. La maggior parte dei ricorrenti sono stati registrati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e in Libia hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato sotto mandato UNHCR.

Dopo lo scoppio del conflitto in Libia, i ricorrenti che si trovavano ancora a Tripoli, ed erano stati nel frattempo liberati dai centri di detenzione, sono stati vittime di rappresaglie sia da parte delle milizie fedeli al regime sia da parte degli insorti e sono stati costretti a nascondersi per alcune settimane senza acqua ne cibo. Dopo l’inizio dei bombardamenti NATO, alcuni ricorrenti sono scappati in Tunisia, altri hanno tentato nuovamente di imbarcarsi verso l’Europa, di nuovo

Un ricorrente è riuscito a lasciare nuovamente la Libia alla volta di Malta, dove ha richiesto e ottenuto protezione. Due ricorrenti sono, invece, deceduti nel tentativo di raggiungere nuovamente l’Italia a bordo di un’imbarcazione di fortuna. Un ricorrente è riuscito a fuggire in Israele, mentre un altro è ritornato in Etiopia.

Sulla base di testimonianze, si teme che altri ricorrenti abbiano perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia via mare. Al riguardo, si deve ricordare che secondo le stime dell’UNHCR sarebbero circa 1.500 i migranti ad aver perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia via mare nel 2011.

La Corte ha ritenuto che, per effetto delle violazioni riscontrate, i ricorrenti abbiano subito un danno non patrimoniale che è stato quantificato equitativamente in € 15.000 I legali dei ricorrenti hanno, invece, rinunciato alla refusione delle spese di lite, chiedendo soltanto il rimborso dei costi sostenuti per partecipare all’udienza che si è svolta a Strasburgo il 22 giugno 2011.

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PORTA PORTESE | Tra il 2006 e il 2007 il periodico PORTA PORTESE ha pubblicato numerosi annunci di contenuto marcatamente discriminatorio, gravemente lesivi della dignità umana e contrari ai principi di parità di trattamento ed al divieto di discriminazione. Per questo motivo, il 26 febbraio 2007 l’Unione forense per la tutela dei diritti umani ha presentato un ricorso presso il Tribunale di Roma, che è stato rigettato nell’agosto 2011.